Diceva il conte Verri...

"La voce della verità comincia da lontano a farsi ascoltare, poi si moltiplicano le forze, e la opinione regina dell'universo sorride in prima, poi disputa, poi freme, poi ricorre alle arti, poi termina derisa: questo è il solito gradato passo che fa la ragione a fronte dell'opinione" (Pietro Verri)

sabato 16 febbraio 2019

No alla secessione dei ricchi

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Mentre tutti sono impegnati ancora a disquisire su chi avrebbe meritato di vincere Sanremo, in silenzio e quasi alla chetichella stiamo perdendo l’unità d’Italia.
Perché quelli che gridano “prima gli italiani”, in realtà gli italiani li stanno dividendo.
Sventolano il tricolore, ma in realtà lo stanno riducendo a brandelli.
Non teorizzano più la secessione, ma in realtà la stanno attuando.
Denunciano i “poteri forti”, ma in realtà dividono il Paese tra chi ce la fa e chi no, su base regionale.
Faranno venir meno il carattere unitario e nazionale in materie come sanità ed istruzione. E nessuno dice nulla; né gli alleati, né gli oppositori.

Nel nostro piccolo, è emblematico, al riguardo, quanto accaduto nell’ultimo Consiglio comunale di Biassono dove una “Mozione al parlamento italiano” per accelerare l’iter di approvazione della legge sull’autonomia di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, ha avuto il suggello trasversale da parte del Vicesindaco e del Presidente del Consiglio comunale, entrambi leghisti, e inopinatamente del Capogruppo di Biassono Civica.
Mozione approvata compattamente dalla maggioranza leghista; dei quattro consiglieri di Biassono Civica, tre hanno a loro volta espresso parere favorevole ed una si è astenuta; unico voto contrario, quello espresso da Lista per Biassono.

Di seguito l’intervento e le motivazioni addotte dal nostro Capogruppo Alberto Caspani:
“La vicenda del cosiddetto regionalismo differenziato, già nata male con Referendum costosissimi ed inutili e con tablet per il voto elettronico, da destinare agli istituti scolastici, inutilizzabili, rischia di volgere in peggio.
Da una parte la Lega Nord ne fa uno dei propri cavalli di battaglia insistendo e premendo per una subitanea conclusione dell’iter.
Dall’altra il contraente a 5stelle del “Contratto di Governo” che tira il freno a mano.
Alo stato, ancora non è stata fissata la benché minima discussione e/o approfondimento parlamentare e, nel frattempo, sono diventate sei, tra cui la Campania, le Regioni che hanno chiesto autonomia e risorse ex art. 116 della Costituzione. Ma non risulta siano mai state rese partecipi delle intenzioni governative, né hanno preso parte all’Accordo preliminare.

Il regionalismo differenziato, ancorché applicato solo in alcune Regioni, investe comunque l’intero Paese e presuppone un impianto coerente ed organico senza il quale si ridurrebbe al solo ed esclusivo trattenimento di maggiori risorse da parte delle Regioni richiedenti.

Impianto coerente ed organico che a tutt’oggi manca completamente.

Addirittura, a 17 anni dalla Riforma Costituzionale del 2001, non esiste ancora una Legge di applicazione dell’art. 116 della Costituzione.
L’autonomia è una questione non facile e, soprattutto, delicata; forse anziché auspicare accelerazioni e tempi di approvazione ultra veloci, bisognerebbe cominciare a dare risposte al riguardo.

La trasformazione delle competenze legislative concorrenti in competenze sostanzialmente esclusive per alcune Regioni, senza interventi perequativi a favore dei territori più deboli, rischia di rendere tecnicamente impossibile un sistema nazionale, volto all’eguaglianza, per diritti fondamentali quali la salute e l’istruzione.
Nelle scorse settimane il Veneto ha definito, in tema di risorse, una richiesta al limite della costituzionalità: risorse calcolate tenendo conto non solo dei bisogni specifici della popolazione e dei territori (quanti bambini da istruire, quanti disabili da assistere, quante frane da mettere in sicurezza….), ma anche del gettito fiscale, e cioè della ricchezza dei cittadini.

In pratica i diritti (quanta e quale istruzione, quanta e quale protezione civile, quanta e quale tutela della salute….) diverranno beni di cui le Regioni potranno disporre  a seconda del reddito dei loro residenti.
Ne consegue che, per averne molti e di qualità, non sarà sufficiente essere cittadini italiani, ma occorrerà essere cittadini italiani che risiedono in una Regione ricca.

Ci pare che:

1) almeno fino a quando non saranno definiti “livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale” (art. 117 lettera m della Costituzione), non si possa attivare alcun trasferimento di poteri e di risorse ad alcuna Regione;

2) il trasferimento di risorse sulle materie assegnate alle Regioni debba essere ancorato esclusivamente ad oggettivi fabbisogni dei territori, escludendo ogni riferimento ad indicatori di ricchezza;

3) debba essere garantito il diritto di tutti i cittadini ad essere informati dettagliatamente e costantemente in materia.

Sulla “volontà riformatrice del governo del cambiamento” guidato dal presidente Giuseppe Conte, infine, preferiamo stendere un velo pietoso”.

2 commenti:

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