Diceva il conte Verri...

"La voce della verità comincia da lontano a farsi ascoltare, poi si moltiplicano le forze, e la opinione regina dell'universo sorride in prima, poi disputa, poi freme, poi ricorre alle arti, poi termina derisa: questo è il solito gradato passo che fa la ragione a fronte dell'opinione" (Pietro Verri)

giovedì 10 marzo 2016

NOI, "RAGAZZI" DEL '77

"Le fresche dimissioni dell’assessore Donato Cesana sono sintomo di un malessere biassonese che affonda in qualcosa di più profondo dei meri trasformismi politici. 

Se a Biassono ha fallito persino un Movimento come la Lega Nord, che di fronte allo sbando dei vecchi partiti faceva un tempo orgogliosa mostra di crescere la generazione guida del domani, significa che il nostro piccolo paese soffre a sua volta di quel complesso di senilità che sta spingendo l’Italia intera verso il baratro. 

Cesana non è infatti un caso isolato: prima di lui, era toccato al consigliere Igor De Biasio, ora già si vocifera dell’assessore Gabriele Galbiati, mentre sul fronte opposto è stato lo stesso sottoscritto, anch’egli classe 1977, a vivere sulla propria pelle il ritorno arrogante e subdolo di una generazione che, nonostante gli evidenti fallimenti politici collezionati in passato, ancora si ostina a muovere le pedine del gioco. Perché proprio di un cinico gioco si tratta per questi habitué dei salotti biassonesi, che invocano risorse, slancio e impegno in chi è pronto a dare tutto sul campo, salvo l’agone politico non mostri poi gli inevitabili limiti delle loro strategie.

L’idea di fare un reale passo indietro, di dare credito a quanti vogliono e stanno costruendo una Biassono altra - altra dagli sterili pregiudizi ideologici, dagli sclerotizzati schematismi partitici, dai progetti rimasti a ingiallire per vent’anni o più nel cassetto dei sogni infranti - li spinge a gesti di stucchevole opportunismo: la Lega Nord si priva delle sue personalità più propositive, rifugiandosi nel rassicurante abbraccio dei brontosauri di destra; Forza Italia si affida a un ex sindaco di Macherio, caduto di propria mano e in politica da svariati decenni; il Partito Democratico, o meglio sarebbe dire quel che resta della vecchia Democrazia Cristiana, fa saltare un accordo programmatico con Lista per Biassono senza addurre ragione alcuna: il solo pensiero che, dalle Primarie, potesse uscire eletto il sottoscritto – guarda caso classe ’77, come tutti i “ragazzi” oggi fuoriusciti dai quadri amministrativi – è stato sufficiente per gettare alle ortiche mesi di faticoso lavoro e confronto.

L’affresco che ne esce, a distanza di pochi mesi dall’avvio delle grandi manovre, appare estremamente preoccupante: salvo conigli dal cilindro, la Lega Nord correrà con un candidato sindaco vintage; il gruppo messo in piedi da Forza Italia (sì, Forza Italia, quel club guidato in Italia da un arzillo 80enne) mette in campo un veterano del Mac-nam, mentre il PD, resuscitato da tre allegri compagni di merenda che hanno fatto incetta di marmellata in Lista per Biassono, si rilancia nel modo più paradossale: con un progetto di lista civica che, sino a cinque anni fa, riteneva “storicamente esaurito”, mettendogli in groppa un freschissimo pensionato. Voilà: dopo gli ardori napoleonici degli anni ’90, la piena Restaurazione si è compiuta e Talleyrand, ancora una volta, si starà sfregando le mani compiaciuto.

Confesso che la tentazione di mandare tutti a quel paese è stata forte: quando cinque anni fa occorreva ricomporre i cocci di Lista per Biassono, tradita anche allora da un Partito Democratico con velleità indipendentiste, ho accettato l’incarico nell’illusione che, in politica, il Bene Comune restasse il massimo valore per cui spendersi; anche a costo di sacrificare i propri affetti, le opportunità del lavoro, l’ossigeno vitale di una serena vita privata. In Lista per Biassono ho trascorso cinque anni entusiasmanti, imparando moltissimo da persone esperte e altruiste, chiedendo ogni volta che qualcosa m’apparisse ostico; mettendomi al servizio sempre e comunque, perché forte di una collegialità di squadra assai rara. Sono entrato in consiglio comunale pensando che una voce di minoranza, per quanto non decisiva nelle scelte amministrative, potesse comunque offrire un contributo costruttivo, presentando mozioni, progetti, lanciando spunti e idee. Dai banchi della giunta leghista mi sono arrivati solo dinieghi senza alcuna giustificazione, se non quella che “le proposte di Lista per Biassono vanno bocciate semplicemente perché vengono da Lista per Biassono”. 

Già, Lista per Biassono: non la voce di una parte del paese, ma un mero avversario per la giunta Malegori. Un nemico. Oggi so che, anche all’interno della Lega Nord, alcune voci di buon senso si erano levate per cercare una via di dialogo costruttivo, una progettualità almeno parzialmente condivisibile, ma quelle voci sono state messe a tacere. Sono state allontanate. Sono state cacciate dalla tribuna pubblica. In modo non molto dissimile hanno cercato di “pensionarmi” i tre allegri compagni di merenda con cui, per cinque anni, ho condiviso un cammino di formazione e che ho voluto partecipi di un sogno; quelle stesse persone alle quali ho dato tutto quanto le mie vite di giornalista nomade, o filosofo itinerante, mi hanno offerto. Nonostante tutto, credo esista ancora qualcosa che ci ostiniamo a chiamare Bene Comune: c’è chi preferisce definirlo partecipazione, chi felicità, chi coerenza. Esiste, perché al di là delle delusioni, dei sacrifici, dei voltafaccia, degli opportunismi, continua a risvegliare il bisogno di giustizia che alberga nel profondo di ognuno di noi. Le luci, gli strepiti, le parole d’ordine e i vagiti quotidiani ne assottigliano l’eco sino a non avvertirlo quasi più: ma non disperate. Provate solo ad ascoltare la vostra voce interiore e lo ritroverete miracolosamente intonso e fiammeggiante, proprio come nelle vostre inquiete notti d’adolescenti. 

Non è infatti l’anagrafe a dividerci fra giovani e vecchi; non sono le etichette che questa vorace società dei consumi ci appiccica addosso senza verbo proferire. No. E’ la meraviglia per le strade non ancora battute. Il coraggio d’inforcare i bivi. La speranza di contemplare un'alba nuova. E in quell’alba, abbiamo il diritto e il dovere di credere anche noi, eterni “ragazzi” di un’Italia che ci sta togliendo tutto. Persino il riconoscimento della nostra maturità. Noi, figli del ’77, fiori di quell’anno su cui troppo spesso si preferisce glissare, omettere, storcere il naso; e forse non è un caso se ci portiamo appresso un certo gusto per la provocazione gratuita, così come un cipiglio scostante, pur volendo sedurre. Per qualche strana alchimia, dobbiamo aver ereditato un po’ di sangue ironico degli “indiani metropolitani”, quei simpatici rompiballe barocchi che, alle riunione studentesche del ‘77, volto dipinto e tazza di carcadé in mano, debuttavano con un ampolloso “Mi chiamo Galdalf il viola. Parlerò a titolo strettamente personale. Perciò parlerò a nome degli Elfi del bosco di Fangorn, dei Nuclei Colorati Risate Rosse, dell’Mpfa (Movimento politico fantomatico assente), delle Cellule Dadaedoniste, di Godere Operaio e Godimento Studentesco, dell’Internazionale Schizofrenica, degli Nsc (Nuclei Sconvolti clandestini), della tribù di Cicorio, dei Cimbles e di tutti gli indiani metropolitani”.

Oggi, forse, la nostra lingua e il nostro modo di fare appare altrettanto assurdo e insopportabile a chi ci guarda dall’alto. A quegli arrembanti ultracinquantenni che armeggiano con telefonini e social network, si riempiono la bocca di fibra ottica e velocità supersonica, ma sbiancano davanti a un tweet.

Sì, la mia generazione fatica a essere inquadrata, mette in ansia e talvolta a disagio, probabilmente perché rimanda al caos, all'anarchia, all'autonomia all'apice del suo potere creativo/distruttivo, o forse perché ha davvero in sé qualcosa d'intrinsecamente alieno, un germe di minaccia latente e letale: lo si capisce sin dal colore delle pellicole che ci ritraggono ancora nel pancione, o appena deposti nella culla.

Alcune sono diventate rossicce, verosimilmente per l'accesso di rabbia che l'Eurocomunismo di Enrico Berlinguer scatenò allora; altre appaiono più verdastre, come se il nostro travaglio fosse frutto d'ambigue contaminazioni marziane. D'altra parte “Guerre Stellari” (non la sua parodia 12.0) furoreggiava nei cinema e, a quel tempo, tutti sedevano davanti allo schermo, anziché dentro: sia chi aveva il biglietto, sia chi non. Nelle sale si andava per fare l'amore, non per invidiare le tette di Bo Derek, e se in strada s'intonava “su, su, su, i prezzi vanno su/la prima visione non la paghiamo più”, si aveva l’audacia di reclamare in massa il blocchetto dei biglietti da 2.500 lire, per rivenderli poi a 500. Alla faccia di chi, oggi, ci vuole supini automi. Di chi ci additerebbe subito un furto, un’inaccettabile violazione. Eppure ieri si chiamava “autoriduzione”, diritto al consumo nell'era del (falso) sacrificio.

Cortocircuiti. Difetti di produzione. Esperimenti mal riusciti sulla qualità delle pellicole. Checché si dica, nel 1977 qualcosa è andato davvero storto. Si pensava di lasciarsi alle spalle il passato, di far piazza pulita di un mondo imbolsito, ma non ci si è spinti al di là della negazione a tutti i costi, dando origine a variabili inaudite. Sono stati presi tutti in contropiede. Attori e spettatori.

Sui muri dell'università di Roma scrivevano: “Non è il '68. E' il '77. Non abbiamo né passato, né futuro. La storia ci uccide”. A Londra i Sex Pistols urlavano “No future”, “Anarchy in the UK”. Dalla sponda opposta del Tamigi rispondevano i Clash: “London's burnin'”, “1977: no Elvis, Beatles or Rolling Stones!”.

Begli slogan, ma alla fin fine sono i vecchi proverbi a restare in mente. “Can che abbaia non morde”: i nostri saccenti padrini tengono tuttora stretti i privilegi su cui avevano sputato ai tempi della piazza, incensandosi a profeti del neoliberismo d’assalto. Nel 1998 la televisione celebrò il 30° anniversario dell'anno che cambiò la storia con fanfare da salotto, film revival e il pingue volto di Liguori ad incarnare i sogni di Mario Capanna. Oggi non una parola sincera sugli anni della rabbia. Non un accennno ai suoi martiri e ai suoi provocatori. Non un raffronto schietto coi brigatisti di ieri. Non una parola spesa sul “perché” e il “come” del terrorismo politico. Solo chiacchiericcio alla Bruno Vespa. Pruriginose Isole dei Famosi; guai però a ricordare la rubrica “Proibito” di Enzo Biagi, dove il nudo era scandalosamente nudo e non certo un’esca per pesci bolliti.

Nonostante gli spilloni da balia, conficcati dai punk nell'effigie di Elisabetta II, la Regina è più in sella che mai e non ha perso il cattivo gusto per i tailleur sgargianti; certamente qualcuno ha pagato caro: il 16 agosto del '77 si è spento per sempre il microfono di Elvis, così come altri grandi hanno gettato la spugna. Da Chaplin alla Callas, risalendo al maldestro centrocampista della Lazio Luciano Re Cecconi, freddato dall'amico gioielliere per l'assurda messa in scena di una rapina. Chi è rimasto, non è più stato lo stesso: i Rolling Stones hanno fissato così a lungo l'indice solenne del candido John Travolta, finendo per trasformarsi da “street fightin' musicians” a icone prigioniere del loro stesso mito.

Gira e rigira la storia finisce per ripetersi, ma in Italia e a Biassono si autoclona sino alla nausea: qui lo spirito del 1977 è l'unico a essere morto e sepolto, al pari dello sfortunato Joe Strummer. Chi si ricorda più dello studente di medicina Guido Bellachioma, vittima delle pistole di Roma il 2 febbraio? Chi ha reso giustizia a Francesco Lo Russo, militante di Lotta Continua finito con un proiettile nel petto l'11 marzo a Bologna, nel giorno più cruento che la Prima Repubblica ricordi? Chi piange la “povera” Giorgiana Masi, accasciatasi il 13 maggio sulle strade dell'Urbe, per un dolore allo stomaco che ha affossato il futuro stesso del femminismo? E con loro, sono stati inghiottiti nel grigiore dell'eccesso decine e decine di altri giovani insoddisfatti, emarginati, sfruttati, dimenticati, che per fortuna si sono persi il voto degli operai per Berlusconi, il declassamento dell'Urss di Lenin a innocuo cimelio, ma anche il tramonto dell'ero a favore della coca, la smentita del sesso vaginale come atto di prevaricazione sulla donna libera, la presa alla lettera di “Porci con le ali”. Bene o male che sia, urgerebbe prendere una posizione. Oggi si alzano le spalle, perché se tanti sono i meriti del '77, altrettante le sue colpe: ci dicono che ha aperto la strada al disimpegno, all'edonismo, al precariato, lasciando solo ombre contraddittorie.

Tutto vero. Acuti di rabbia, tracce di violenza e un inquietante sentore di morte aleggiano ancora su quell'annata e, soprattutto, su chi di essa se ne sente figlio. E' aria viziata, a tratti rarefatta, a tratti così densa da togliere il respiro.

Per questo chi è nato nel '77, chi si porta dentro la sua rabbia qualunque sia la reale età, non conosce oggi altra via da calcare se non la fuga. Amiamo sottrarci, defilarci, fare i preziosi, amiamo bearci del nostro diniego e della nostra nudità, sino ad apparire più esibizionisti degli adolescenti arrapati, più irresponsabili dei bimbi grassi, più inibenti dei contratti a progetto, dei co.co.co e dei cipì-cipì-voglio-uscire-di-qui.

Abbiamo un bisogno compulsivo di viaggiare, forse perché la terra ci scotta sotto i piedi: così giriamo il mondo, spingendoci dalle sabbie del Sahara ai ghiacci della Yakutia, per incontrare ovunque lo stesso martellante silenzio. Abbiamo bisogno di alcool e droga, perché la quotidianità è talmente trasgressiva che ha perso tutta la sua eroticità: una donna dietro l'altra, tutte terribilmente uguali, nel momento in cui rivendicano la loro inconsapevole sottomissione, il loro diritto alla proprietà e al silicone. E che dire degli uomini digitali? Ridicoli nel loro scambiare l'atavico nomadismo in bieco ronzare attorno. Abbiamo bisogno dei condom, perché ci hanno tolto persino il diritto di fidarci dell'altro: tutti nell'occhio del Grande Fratello, ognuno con una maschera sempre nuova. Abbiamo bisogno di tutto, ma non abbiamo la forza per niente.


Aspettiamo. Assentiamo democraticamente. Tutt'al più brontoliamo sui giornali, benché la legge non sia mai uguale per tutti. Ma quando dritto e rovescio assumono lo stesso colore, non resta che una sola scelta: meglio cadere con una ferita al cuore, piuttosto che con una pugnalata alle spalle".

Sveglia Biassono, la via è aperta!

Alberto Caspani
Capogruppo di Lista per Biassono

4 commenti:

  1. Quante volte la voce interiore che dice di fare il nostro
    Beh, a scapito di altri, facciamo male. Seguiamo l'impulso
    natura a immagine di Dio, e resistiamo lui: in ascolto di questo
    che ha detto ai nostri sensi, ci disprezzano quello che ha detto ai nostri cuori. L'essere
    Obbedisce ad attivo, il passivo essendo comando. La coscienza è la voce dell'anima;
    le passioni sono le voci del corpo.
    "piccola fornitura di finanziamenti: reciproca assistenza per la famiglia."
    Io mi chiamo CLAUDIO TRANI, un uomo in Cristo con
    i bambini e una donna di nazionalità spagnola e dalle mie azioni mi
    desidera la grazia a quello mio Dio mi ha dato aiuto famiglie in basso
    gesto di un credito di 1.000 a 100.000 euro su una percentuale del 2%. Per favore
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    Grazie! Anche se si tenta, una volta o due volte e non a piedi
    appena fatto l'applicazione con il tempo, credenza e avere una mente
    acquisizione prima della vostra richiesta "Dio rimane Dio contro alle nostre esigenze può
    la Bibbia dice che la felicità è in gloria né nella
    potere, ricchezza, non solo nella pace della
    coscienza e sottomissione a Dio.

    Sia benedetto Dio che ami,

    Signor CLAUDIO TRANI

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